E’ il mio primo viaggio ufficiale di conoscenza della realtà sanitaria africana in due Ospedali dove l’assistenza medico-infermieristica si è ormai consolidata pur con le molteplici difficoltà organizzative e strutturali. Il primo obiettivo era quello di incontrare i Dirigenti sanitari (Direttori Generali in particolare) con cui discutere e stabilire accordi di cooperazione volti a migliorare la diagnosi e la cura di alcune malattie ematologiche dell’età pediatrica, in particolare la “sickle cell disease” ( =Anemia a cellule falciformi) una malattia geneticamente trasmessa ,molto frequente (1 su 100 neonati sani qui nell’Africa subsahariana), devastante per le complicanze già presenti nel primo anno di vita ed a prognosi severa in assenza di cure specifiche.
I 5 giorni trascorsi al Centro Universitario “Bugando” di MWANZA ( west Tanzania) ed i 6 giorni al St. Mary LACOR hospital di GULU (east Uganda) nella regione del lago Vittoria sono stati intensamente vissuti assieme al personale ospedaliero locale , con incontri collegiali , presentazione del progetto umanitario voluto da HELP3 ,partecipazione all’attività assistenziale nei reparti di ricovero o di “day hospital”, colloqui con famiglie e piccoli pazienti. Entrare in punti di piedi nella conoscenza di colleghi mai visti prima,con le loro problematiche di organizzazione del lavoro cosi’ diverse dalle nostre se non altro per l’altissimo numero di pazienti che accedono in continuazione a queste strutture sanitarie in condizioni spesso precarie ( da noi sarebbero quasi tutti “codici gialli o “rossi”), far capire il motivo di questa missione, stabilire un confronto d’idee e di programmi duratori nel tempo, non è stato facile ma ne ero convinto già in partenza.
Ho trovato, cammin facendo, gran rispetto per chi decide di venire in questi contesti per dare una mano concreta ed anche la voglia da parte del personale medico-infermieristico locale di “cambiare marcia” pur con difficoltà più numerose che da noi ( non strano vedere tre bambini degenti per letto o mamme che allattano il loro bimbo ammalato sedute a terra in ogni angolo del reparto, o una nonna che effettua l’igiene del cordone ombelicale all’aperto al nipotino nato da tre ore) . Mi ha stupito la disponibilità degli stessi Direttori Generali ad accettare l’intervento sanitario da parte di chi poteva esser considerato un illustre sconosciuto ….ma con idee e proposte , penso, accettabili.
Presenziando ad una serie di visite ambulatoriali con la Dott.a Valeria Calbi che ha prestato servizio per 6 anni al Lacor Hospital ho conosciuto una bimba di 5 anni con grave danno neurologico sin dal primo anno di vita per complicanza cerebrale da “SCD” (paresi degli arti inferiori, perdita della parola o afasia verbale): il suo volto dolcissimo (vedi foto) mi ha commosso e fatto capire che il nostro progetto deve andar avanti per cercar di evitare che simili eventi si verifichino.
Non mi è stato difficile affezionarmi ai bambini ammalati di “anemia falciforme” visti in “day hospital” assieme al collega africano di turno. I più piccoli urlavano dalla paura nel vedere “un uomo bianco” con il camice ma subito si tranquillizzavano lasciandosi visitare, mentre i più grandicelli ridevano a crepapelle del medico “bianco” come se mi avessero sempre conosciuto. Osservare la vita d’ospedale è stato un altro grande insegnamento : ogni spiazzo all’interno di questi due Ospedali visti pur rapidamente era occupato da degenti o parenti che si comportavano dignitosamente , senza lamentarsi, come se fosse la piazza di un grande paese dove chi non conosce il vicino fraternizza subito dando l’aiuto che può nel cucinare all’aperto, lavare e stendere i panni all’aperto , trasportando sul capo ogni genere di peso dal villaggio distante anche qualche ora di cammino . Al termine della mia breve esperienza ho avuto la netta impressione che il nostro progetto umanitario avesse incontrato l’approvazione necessaria per poter decollare.
Il resto del tempo è trascorso velocemente a contatto con la realtà africana fatta di strade tremendamente pericolose , spesso mangiando la polvere della savana e con la povertà che prorompeva da ogni angolo con paesaggio umano che ti costringeva a rapide e puntuali meditazioni (file di maschi ma anche di donne che già alle 6 del mattino affollavano le strade portando enormi “zapponi” utili a dissodare la terra, bambini con età inferiore ai 7 anni che vendevano ogni genere di articoli ai mercatini disseminati lungo le strade principali alla periferia delle città…..) .
Le otto ore di viaggio da me vissute in una scricchiolante “Toyota Land cruiser” carica di ben 12 bombole ad ossigeno da trasportare per 350 chilometri da Kampala all’Ospedale di Lacor in Uganda , mi hanno infine fatto capire come sia per noi facile aver paura di certi contesti qui considerati normali. E non parlo dello “stress” subito quando dopo 8-9 ore di volo arrivi A Dar Es Salaam (principale aeroporto della Tanzania) e scopri che la connessione per il volo verso MWANZA West Tanzania) non esiste più e non si sa nemmeno se ce ne sarà un altro ….ma forse questa esperienza a volte non è strana nemmeno da noi in Italia.