F. Capra: vincere la leucemia con la spensieratezza che hanno solo i bambini

Ho pensato a lungo come iniziare questo racconto. Che poi un semplice racconto non è e non può esserlo.

Metà degli anni ’90: i sintomi

Più che altro potremmo parlare di storia. Storia di vita vissuta, storia di un bambino che si è fatto uomo. Un po’ per merito suo, un po’ per merito altrui. Ed ecco riemergere ricordi lontani. Siamo nella metà degli Anni ’90. Una febbre insistente che non se ne voleva andare e fare le più piccole cose, come giocare o salire qualche gradino per andare in cameretta, diventava sempre più pesanti, l’appetito che andava via giorno dopo giorno. “Una semplice influenza“, diceva il medico. Ma questi sintomi che, invece andare progressivamente via, rimanevano lì, ostinati, caparbi. Né gli antibiotici, né i tanto cari rimedi della nonna sembravano scalfirli. Ecco allora che quella “semplice influenza“, tra l’altro arrivata a ridosso dell’estate, doveva essere indagata più a fondo. Un prelievo del sangue fatto all’Ospedale infantile della mia città, lo sguardo perplesso del medico e una prima sentenza: “Vi consiglio di andare al San Gerardo Nuovo di Monza per fare degli accertamenti“.

Il viaggio al San Gerardo Nuovo di Monza

Il viaggio in macchina lo ricordo come se fosse ieri. Non c’erano ancora le auto con l’aria condizionata di serie, era un optional che non tutti si potevano permettere. Il caldo, la ricerca dell’ospedale sulla cartina, l’arrivo. Ad accogliermi all’undicesimo piano un dottore riccioluto e sorridente. Fu lui a farmi la diagnosi dopo un prelievo al midollo: “Leucemia“. Una parola che a sentirla allora significava poco. Anzi, forse ne avevo sentito parlare in una di quelle puntate di Siamo fatti così – Esplorando il corpo umano, uno di quei cartoni che andava tanto di moda in quegli anni. Nell’episodio dedicato, una punturina spazzava via quello che era il mio ‘midollo’ e gli permetteva di ricrescere, più sano e bello di prima. E di punture, da quella diagnosi, ne ho fatte. Tante. A queste si sono aggiunte flebo, pastiglie, prelievi, trasfusioni, cortisone, chemioterapici e un doppio trapianto di midollo osseo. Prima da me stesso e poi da donatore.

Quella corazza che hanno solo i bambini

Avete mai pensato a come vive tutto questo un bambino? Sembra folle dirlo, ma nel mio caso con una gioia e una spensieratezza disarmanti. Anche quando le cose si erano messe davvero male. Anche quando il mio fegato non stava più funzionando oppure quando mi venne diagnosticata una recidiva. Anche quando il cortisone mi aveva fatto diventare così gonfio da scoppiare, oppure la chemio così bianco e grigiastro da far paura. Eppure quel periodo, culminato con il secondo trapianto e il conseguente mantenimento nel 1998, lo ricordo come uno dei più particolari e a tratti belli della mia vita. Noi bambini siamo corazzati. Una corazza che ci viene però trasmessa da chi ci sta attorno. In quegli anni non ho mai visto i miei genitori piangere, non li ho mai visti commiserarsi, non li ho mai visti arrendersi. E di riflesso io con loro. Stessa cosa si deve dire di infermiere, secondi genitori per noi che eravamo lì al San Gerardo, medici, Oss e volontari. Un lavoro di equipe che mi ha portato a essere quello che sono ora. Perché se da bambino sono diventato uomo è anche merito loro.

Insieme possiamo vincere

Ora ho 35 anni, mi sono sposato, aspetto un bambino, mi sono laureato e lavoro come giornalista. E vi dico una cosa: la vita è una figata pazzesca. Anche le più piccole cose. Ogni mattina mi alzo e mi dico: “Però, ne abbiamo fatta di strada“. Perché il percorso non è solo mio, ma anche di chi mi è sempre stato accanto all’epoca e di chi lo è ancora nei miei ricordi. Allora mi gaso anche per le cose più banali come una passeggiata in riva al mare, un viaggio in treno, una videochiamata al telefono. Il messaggio è uno solo: tutti insieme questo nemico lo si può sconfiggere.

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