Rapporto missione dott.ssa Antonella Capasso (Aprile- Settembre 2025)

Missione Aprile- Settembre 2025

Fin dai miei studi in Medicina e Chirurgia ho nutrito un profondo interesse per i progetti di cooperazione sanitaria internazionale e una forte motivazione a comprendere e affrontare le sfide della salute globale. Desideravo da tempo vivere un’esperienza che mi permettesse di conoscere da vicino la medicina nei Paesi a risorse limitate, certa dell’arricchimento sia professionale che umano. Fino all’aprile 2025 ho potuto sostenere questo tipo di iniziative solo a distanza, ma come medico ho sempre sentito imprescindibile il dovere di perseguire il diritto universale alle cure. Negli ultimi sei mesi della mia Specializzazione in Ematologia, da aprile a settembre, ho finalmente potuto realizzare questo desiderio. L’opportunità è nata grazie alla collaborazione tra HELP3 ODV e il Prof. Ciceri, direttore della mia Scuola di Specializzazione in Ematologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che ha reso possibile la mia missione al Benjamin Mkapa Hospital di Dodoma. Sono arrivata a Dodoma ad inizio aprile con Silvia, mia collega infermiera del San Raffaele e il Dott.re Pietro Pioltelli, ormai veterano in queste missioni, che mi hanno affiancato per le prime 2 settimane. L’esperienza che mi attendeva si è rivelata intensa e complessa, difficile da racchiudere in poche righe, perché ha lasciato un segno profondo e mi ha restituito molto più di quanto potessi immaginare, sia dal punto di vista umano che professionale.  Fin dal primo giorno, il tragitto verso l’ospedale mi ha regalato sensazioni forti: i miei occhi si sono riempiti del verde rigoglioso delle colline al termine della stagione delle piogge e del rosso della terra, attraversata da mille sentieri da cui facevano capolino i volti della gente che può solo spostarsi a piedi. Il cielo azzurro, il sole intenso, le nuvole basse che sembravano a portata di mano, il vento dell’alba e del tramonto hanno scandito il ritmo delle mie giornate. Nonostante avessi già visto delle fotografie, la struttura ospedaliera mi ha sorpresa. Il Benjamin Mkapa Hospital è un centro terziario universitario moderno, situato su una verde collina, circondato da alberi dai fiori gialli sotto cui trovano riparo i familiari dei pazienti, in attesa di notizie o intenti a portare il pasto ai propri cari. Sul lato posteriore della struttura, Il colpo d’occhio è quello dei colori vividi dei vestiti dei pazienti stesi al sole, lavati a mano dalle donne della famiglia: una scena quotidiana che racconta, più di molte parole, la forza e la dignità delle persone che ho incontrato.

Sono stata accolta dall’entusiasmo della Dott.ssa Stella Malangahe e il resto del team medico-infermieristico tanzaniano. Durante questi mesi la mia attività lavorativa ha seguito quella di tutti i colleghi medici tanzaniani, ossia l’attività nel Reparto Trapianti, attività ambulatoriale e di consulenza per tutti i pazienti con sospetta o con diagnosi di patologia ematologica ricoverati negli altri dipartimenti, in particolare Medicina Interna e Pediatria. Fin da subito nel Reparto Trapianti ho potuto toccare con mano quanto un progetto di cooperazione strutturata possa funzionare e portare a degli ottimi risultati, nonostante tutte le difficoltà del contesto. In particolare, il team infermieristico ha costantemente dimostrato competenza, dedizione e una profonda attenzione verso i pazienti. Con i colleghi medici abbiamo lavorato progressivamente all’ulteriore ottimizzazione dell’attività clinica e definito rotazioni di almento un mese nei vari servizi così da garantire una migliore continuità assistenziale. I meeting giornalieri, oltre a facilitare il coordinamento, sono diventati momenti preziosi per la discussione clinica e il consolidamento di nozioni teoriche per i giovani colleghi molto motivati ad implementare la loro formazione in ambito trapiantologico. Parallelamente, abbiamo proseguito la raccolta dati del progetto, che ha portato alla sottomissione di due abstract, successivamente selezionati come presentazioni orali in due congressi internazionali. È stato un risultato particolarmente significativo, che ha permesso a due nostre colleghe tanzaniane di partecipare come speaker e dare voce al lavoro svolto localmente. Nel reparto trapianti ho seguito quattro procedure trapiantologiche e diversi ricoveri per complicanze post-trapianto. Nel mese di luglio, grazie alla presenza della Dott.ssa Cristina Tassi, abbiamo introdotto per la prima volta il trattamento con fotoaferesi extracorporea per una piccola paziente con graft-versus-host disease steroide-dipendente. L’avvio della procedura ha coinvolto l’intero team: tecnici della banca del sangue, infermieri e medici. Nell’arco di tre settimane di training e sedute condivise, tutti hanno progressivamente raggiunto autonomia operativa, segnando un importante passo avanti nella gestione avanzata delle complicanze post-trapianto.

Durante questi mesi ho contribuito al rafforzamento organizzativo dell’attività ambulatoriale post-trapianto, anche attraverso momenti educazionali, affiancando i colleghi tanzaniani nella gestione congiunta di pazienti complessi e nel miglioramento di percorsi assistenziali.  Momenti di fondamentale scambio reciproco e crescita con i colleghi medici più giovani, che hanno permesso un progressivo consolidamento delle competenze necessarie alla gestione specialistica del follow-up post-trapianto. Rimane fondamentale l’ulteriore rafforzamento dell’approccio multidisciplinare, già presente, che rappresenta un pilastro nella gestione del paziente post-trapianto. Nonostante l’ambulatorio necessiti ancora di una riorganizzazione dal punto di vista strutturale, grazie all’impegno costante di Amos e Peter, infermieri dell’outpatient, e alla collaborazione tra tutto il team medico, è diventato un appuntamento settimanale caratterizzato da un forte senso di condivisione che va oltre la sola attività clinica. I nostri piccoli pazienti, con la loro straordinaria pazienza e serenità, e le loro famiglie, hanno trasformato ogni incontro in un momento di profonda umanità. La loro forza e la loro capacità di affrontare situazioni cliniche severe del loro percorso terapeutico continuano a sorprendermi e ad emozionarmi: non ero preparata a tanta resilienza e ogni sorriso ricevuto rimarrà con me. Sono profondamente grata di essere entrata a far parte di questa grande famiglia in continua crescita, con l’arrivo di nuovi pazienti e l’espansione del programma. I nostri colleghi tanzaniani hanno saputo creare una rete solida e coesa con i familiari dei nostri piccoli pazienti, una risorsa essenziale per il sostegno clinico e psicologico in un contesto tanto impegnativo. Non sono mancati momenti di difficoltà, soprattutto nella gestione delle urgenze cliniche nel post-trapianto, dove mi sono confrontata con tempistiche e modalità operative diverse da quelle a cui ero abituata. Tuttavia, in breve tempo ho appreso le dinamiche locali e ho potuto contribuire direttamente all’ottimizzazione dell’assistenza in situazioni critiche. In questo ambito, la collaborazione con i colleghi della Terapia Intensiva si è rivelata di importanza fondamentale e sarà essenziale consolidarla ulteriormente per garantire continuità e sicurezza assistenziale nel lungo termine.

Oltre all’attività trapiantologica in Reparto e al follow-up dei pazienti post-trapianto, ho avuto modo di lavorare nei vari reparti (in particolare Medicina Interna e Pediatria) al fianco dei miei colleghi tanzaniani come consulente ematologa e in ambulatorio nella gestione di pazienti affetti da patologie ematologiche benigne e maligne e delle complicanze correlate. In queste realtà ho avuto modo di conoscere appieno il Sistema Sanitario Tanzaniano e di scontrarmi con tutte le quotidiane difficoltà affrontate dai pazienti ma anche dai nostri colleghi. La principale difficoltà riguarda l’accesso alle cure: molti pazienti non dispongono di assicurazione sanitaria o ne possiedono una con copertura molto limitata. La gestione delle cure è quindi subordinata alla disponibilità economica individuale. È previsto il pagamento anticipato di ogni prestazione (esami diagnostici, terapie farmacologiche, dispositivi medici), con eventuale rimborso solo per chi possiede specifici piani assicurativi che sono accessibile ad una minoranza della popolazione. In questo contesto, il percorso di cura è profondamente condizionato dalla situazione socioeconomica individuale, che rappresenta un limite quotidiano alla tempestività e alla qualità dell’assistenza sia in termini diagnostici che terapeutici. Le fatiche e i momenti di tristezza non sono mancati, soprattutto quando la vicinanza alla morte è diventata parte del quotidiano; eppure, anche in questo, il valore condiviso del prendersi cura hanno dato profondità all’esperienza. In questo contesto ho imparato a valorizzare anche quel minimo che si può fare, per tentare di essere parte della soluzione e non del problema. Anche nei letti più difficili dell’ospedale sono stata accolta da sorrisi e colori e lì ho potuto comprendere quanto, in questo contesto, il valore delle persone e delle relazioni superi quello delle cose materiali. È un contrasto evidente rispetto al nostro mondo, dove spesso si procede a testa bassa, concentrati sul fare e sul perfezionare ogni dettaglio, rischiando di perdere l’essenziale. Si impara davvero, senza alcun luogo comune, a fare tanto con poco, a riconoscere i limiti imposti dal contesto e ad accettare che oltre un certo livello diagnostico o terapeutico non è possibile spingersi. Questo insegnamento, seppur talvolta duro, restituisce un modo diverso di intendere la cura e la responsabilità clinica. Un altro elemento cruciale è stata la ricchezza dello scambio professionale bidirezionale. Ho avuto la possibilità di mettere a disposizione competenze e approcci clinici maturati nelle mia esperienza lavorativa adattandoli alle esigenze reali del contesto, ma soprattutto di toccare con mano una medicina estremamente pragmatica, resiliente e profondamente radicata nel territorio. Nonostante le iniziali difficoltà, questo confronto quotidiano ha reso il mio periodo altamente formativo, rafforzando le mie capacità di adattamento e di problem solving. Ritengo che tali difficoltà rappresentino parte integrante di questo percorso professionale e umano e lo arricchiscano ulteriormente. Attualmente, in ambito oncoematologico persistono grandi limitazioni diagnostico-terapeutiche che ostacolano il percorso di cura della maggior parte dei pazienti.  HELP3 sta già lavorando con l’obiettivo, nel breve termine, di garantire un adeguato approccio diagnostico-terapeutico e ampliare le possibilità di cura per i piccoli pazienti affetti da patologie quali leucemie, linfomi, anemia aplastica. Il mio grande desiderio è di poter contribuire con il mio lavoro e toccare con mano anche quest’altro traguardo.

G. 7 anni, era affetto da Anemia Aplastica

Oltre all’attività ospedaliera, che ha rappresentato gran parte delle mie giornate, sono riuscita a vivere appieno la bellezza e la semplicità di questa terra. Con il tempo, una maggiore familiarità con la lingua Kiswahili, favorita anche dalle lezioni online con l’energica insegnante Joyce da Iringa, mi ha permesso di entrare più facilmente in relazione con le molte persone curiose che incontravo per strada o nei corridoi dell’ospedale. Nella casa che ho affittato ho avuto la fortuna di conoscere Zamda, una giovane donna di 25 anni originaria di Mtwara, cittadina quasi al confine con il Mozambico. Ragazza madre, vive a Dodoma per lavoro, lontana dai suoi due bambini di 2 e 4 anni. La sua presenza è stata una compagnia preziosa nelle serate dopo il lavoro, trascorse spesso a ritmo di musica tanzaniana. È stato uno scambio reciproco: la sua quotidianità mi ha offerto uno sguardo autentico sulla vita tanzaniana, mentre io, in piccola parte, l’ho aiutata a riscoprire un senso di libertà al di là delle alte mura della nostra casa. Ogni giorno ho avuto modo di apprezzare il valore delle piccole cose e innamorarmi di questa terra che non avrei voluto lasciare. Ricordo con felicità ogni volto e ogni sorriso che ha incrociato il mio sguardo: una comunicazione rispettosa e sincera capace di superare ogni confine. Questa esperienza mi ha insegnato a tornare all’essenza, restituendomi persone, storie e soprattutto tanta vita, nonostante tutto. Lasciare tutto questo non è stato semplice; non mi sentivo pronta a tornare. Cio’ che è certo è che ha trasformato il mio sguardo, cambiato il modo di osservare la mia professione e la vita stessa. Il mio impegno futuro con HELP3 non rappresenta solo la semplice prosecuzione di un percorso professionale e umano, ma il voler proseguire con impegno personale verso un modello di sanità equo, costruito insieme ai professionisti locali e con un approccio di scambio reciproco.  L’esperienza in Tanzania mi ha permesso di vivere concretamente ciò che fino a qualche mese era solo un grande desiderio. Se tornassi indietro, sceglierei nuovamente di partire, senza alcun dubbio. Anzi non vedo l’ora di tornare.

Pemba- Agosto 2025

Durante questi sei mesi ho avuto anche l’opportunità di svolgere una missione sull’isola di Pemba, dove HELP3 opera dal luglio 2024 con l’obiettivo di migliorare l’accesso alla diagnosi e alla cura dell’anemia a cellule falciformi (ACF). HELP3 ha fornito sia lo strumento diagnostico (“point of care”) sia i reagenti necessari per l’identificazione precoce della patologia, oltre a garantire gratuitamente l’idrossiurea ai primi 50 pazienti affetti. In questa settimana ho potuto conoscere gli unici due pediatri dell’intera isola che seguono i bambini affetti da anemia a cellule falciformi: la loro dedizione, a fronte di risorse estremamente limitate e di un carico di lavoro imponente, è stata profondamente commovente e fonte di grande ispirazione. È stato altrettanto arricchente conoscere da vicino la realtà degli Ospedali Distrettuali. Inserirmi nella loro quotidianità clinica, comprenderne processi, priorità e vincoli ha rappresentato per me un valore professionale di grande rilievo.

L’arrivo a Pemba è stato un ingresso immediato in un mondo di natura rigogliosa e colori intensi. L’isola, più remota rispetto alla vicina Unguja, vive seguendo i ritmi del mare e della terra. L’isola si muove a piedi, in bicicletta; le auto sono poche e i camion ancora meno, vengono utilizzati come trasporto pubblico. Una sola arteria, affiancata da una foresta tropicale, attraversa Pemba da nord a sud. Quasi ovunque, il minareto della moschea domina l’orizzonte del villaggio. Grazie al supporto di Francesco, capo progetto di WeWorld Onlus, ho trovato alloggio nella baia di Misali e ho raggiunto gli ospedali in bajaji (tuk-tuk) insieme a Seif, un ventiduenne pieno di curiosità e desiderio di scoprire il mondo oltre l’oceano.  Viaggiare in bajaji non è stato solo un mezzo di trasporto, ma una finestra continua sulla vita quotidiana: l’odore di spezie, in particolare del karafuu (chiodi di garofano) ad essiccare lungo le strade, il vociare dei mercati, il passaggio lento di persone che trasportavano ogni genere di merce sulla testa, il sorriso di ogni bambino. È stato un modo prezioso per comprendere da vicino il contesto da cui provengono i piccoli pazienti.

Il primo giorno ho visitato il Vitongoji District Hospital, nell’area centrale dell’isola, dove la Dott.ssa Thuwaiba e la Dott.ssa Nadhra mi hanno accolta con grande cordialità presso l’ambulatorio di Pediatria. La sala d’attesa era colma di mamme con più bambini, molte sedute a terra per mancanza di spazi. Sguardi curiosi, ma anche segnati dalla fatica e talvolta dal dolore. In occasione della mia presenza, era stato radunato un gruppo di bambini affetti da anemia a cellule falciformi, patologia per la quale non esiste ancora un ambulatorio dedicato. Data l’elevata affluenza giornaliera, ho suggerito l’istituzione di un giorno specifico per questi pazienti, proposta accolta con entusiasmo da Thuwaiba. Durante la giornata ho raccolto molte storie: Sahia aveva febbre elevata, Ahmad necessitava di una trasfusione, Fathma presentava una crisi vaso-occlusiva e richiedeva il ricovero. Abbiamo discusso insieme, caso per caso, l’approccio terapeutico più adeguato, considerando anche le difficoltà legate all’accesso ai controlli ematici e alle credenze culturali delle famiglie. La conoscenza approfondita della comunità in questi contesti è indispensabile per spiegare l’importanza della terapia a lungo termine e per costruire un rapporto di fiducia. Incontrare tre cuginetti, Suhaib, Suhel e Yussuf, di cui due gemelli, tutti affetti e in trattamento con buoni risultati, mi ha fatto riflettere sul forte impatto di questa patologia nei nuclei familari. A fine giornata ho conosciuto anche il nuovo direttore dell’ospedale, il Dott.re Hany, pediatra di origine egiziana, che ha accolto con favore il progetto.

Un altro aspetto cruciale della missione è stato quello di consolidare le basi per la raccolta dati in una regione dove l’incidenza della malattia e l’efficacia delle terapie sono ancora poco documentate.  Il secondo giorno, dopo aver visitato il reparto di Pediatria, abbiamo lavorato alla revisione del database online, strumento fondamentale sia per la raccolta dei dati epidemiologici, sia per il monitoraggio clinico a distanza. Insieme ai colleghi Sulemain, Nadhra e Thuwaiba, abbiamo discusso alcune criticità anche con il Dott.re Uderzo collegato da remoto. Li abbiamo rassicurati sulla possibilità di continuare il lavoro a distanza grazie al supporto digitale.

Il terzo giorno ho raggiunto il Kinyasini District Hospital, nel nord dell’isola, dove HELP3 prevede di donare un secondo strumento diagnostico (“point of care”) per garantire l’accesso alla diagnosi anche ai piccoli pazienti che vivono in questa area. Un’ora e mezzo di distanza in bajaji dal Vitongoji District Hospital, situato nell’area centrale. Il Dott.re Sulemain mi ha accolta calorosamente e mi ha presentato tutti i referenti ospedalieri necessari per la prosecuzione del progetto: direzione, farmacista, responsabile del laboratorio. Ho percepito grande entusiasmo e la volontà di collaborare attivamente, ognuno secondo il proprio ruolo. Nel pomeriggio, al rientro, ho incontrato la Dr.ssa Thuwaiba al Vitongoji e abbiamo lavorato nuovamente alla revisione dei dati del database. Al termine del lavoro ci siamo abbracciate: nei prossimi due anni si trasferirà al Muhimbili di Dar es Salaam per specializzarsi in neonatologia, competenza indispensabile per l’isola. Nel frattempo, la Dr.ssa Nadhra prenderà il suo posto.

Nell’ultimo giorno di permanenza, sempre in compagnia di Seif e del suo bajaji, ho esplorato la costa sud dell’isola. Davanti a me una lunga lingua di sabbia bianca emergeva ai margini della foresta. Le donne, avvolte nei loro colorati kanga, approfittavano della bassa marea al mattino per raccogliere le alghe, mentre i pescatori riparavano barche e reti. Ho trascorso una giornata indimenticabile con i bambini del villaggio, che senza esitazione si sono tuffati con me nelle acque turchesi dell’Oceano Indiano.

Questa settimana a Pemba mi ha lasciato molto. La natura rigogliosa e la cultura accogliente della sua gente hanno fatto da sfondo a un’esperienza professionalmente e umanamente ricchissima. Tuttavia, la missione ha anche evidenziato criticità importanti, soprattutto la grave carenza di personale specializzato. HELP3 ha l’obiettivo di continuare con missioni di follow-up  per monitorare i progressi e supportare i colleghi locali e la prosecuzione della revisione del database per garantire un supporto continuo a distanza.

Prima di congedarci, Seif mi ha ringraziato per questi giorni di lavoro e mi ha chiesto se sarei tornata. Gliel’ho detto con sincerità: lo spero davvero!

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